I SOLDATI NELLE GALEE VENETE E L'ARMA DA FUOCO

All'inizio del '600 vi fu chi scrisse sull'impiego dei soldati ora armati di arma da fuoco, nelle galee venete. 
Pantero Pantera, nel 1614, divideva i soldati armadi di moschetto (moschettieri) dai soldati ordinari, cioè archibugieri. Egli, comunque, proponeva di dotare tutti i soldati di moschetto, perché era l'arma che faceva "maggior passata" (penetrava di più) colpendo il nemico più da lontano, e causava danni grandi e mortali.
 
La trasformazione e l'addestramento con la nuova pesante arma era più praticabile in mare dove si poteva usare senza forcella, appoggiandola alle impavesate ossia ai parapetti. 
Secondo lui tutti dovevano aver spada, pugnale e morione (elmo). Pur ritenendole in qualche modo utili, sconsigliava armi in asta, essendo di grande ingombro nella battaglia navale, per l'angustia del luoco, havendo bisogno di spatio per usarle
Come armi difensive sconsigliava il corsaletto o "un petto" ovvero la corazza, che diminuiva l'agilità del soldato, mentre erano più adatte, come fanno i Veneziani, "le corazzine essendo armature più leggiere".
I soldati imbarcati erano stipati a prua nel breve spazio che rimaneva dietro i cannoni. Erano pronti ad agredire il nemico, dopo che i pezzi d'artiglieria avessero sparato il loro, spesso unico, colpo prima dell'abbordaggio. 
Per non recare intralcio ai bombardieri venivano in seguito costruiti dei palchi sull'arrembata, le "garide", dove gli archibugieri potevano più comodamente bersagliare il nemico dall'alto.

Commenti