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IL VENETO DI UNA VOLTA, LE RADICI (£E RAIXE NOSTRE)

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Il Veneto di una volta, che, mi spiace per la Kyenge e la Boldrini, non apparterrà mai ai nuovi “italiani”: quello dei paesi col parroco alla Don Camillo, i matrimoni sulle aie, con il suonatore di fisarmonica e la gente che balla allegra, mentre qualche vecchia del paese si abbuffa vittima della propria fame antica. Mi mancano le osterie piene di fumo dove si tirava pure qualche bestemmia e ci si scazzottava, ma poi si andava in chiesa ogni domenica mattina con la camicia bianca stirata e il vestito buono; ci si scazzottava per antiche antipatie o per le vecchie storie della guerra, tra neri e rossi, ma se uno era in difficoltà tutti lo aiutavano perché del Vangelo magari si parlava poco, ma lo si praticava ogni giorno nei momenti difficili. Avevamo un parroco del bellunese, don Gino, con delle mani enormi in un corpo massiccio, che calavano implacabili sulla tua testolina, se stonavi nel coro, apparentemente timido ma dal carattere di acciaio. Fu lui che costruì, certo co...