ODIARE QUESTA INFETTA RAZZA: VITTORIO EMANUELE CONTRO I GENOVESI

“odiare questa vile e infetta razza di canaglie” – era la lettera di Vittorio Emanuele II ad Alfonso La Marmora contro la città di GENOVA.

Questa volta la “vile e infetta razza di canaglie” non è la solita gentilezza ripetuta al meridione dal regime sabaudo, ma è riferito alla città di Genova. Infatti dopo che i Savoia fecero massacrare i genovesi nel “Sacco di Genova” del 1849, il cosìdetto “Re Galantuomo” Vittorio Emanuele II, scrisse questa lettera in francese ad Alfonso La Marmora (il generale dei bersaglieri che massacrò il Popolo Genovese), nella quale non solo si complimentava delle atrocità commesse contro i Genovesi (nella città abbandonata al sacco nell’aprile del 1849 appunto), ma anche ingiuriò la classe dirigente di Genova definendola «vile e infetta razza di canaglie».

L’odio dei Savoia per Genova ha radici antiche. In particolare con il Proclama del 26 dicembre 1814 la Repubblica di Genova “deponeva” la sua secolare sovranità; e già all’inizio di gennaio del 1815 i Savoia prenderanno possesso di Genova, nonostante il popolo genovese e ligure non sia mai stato chiamato a votare un plebiscito che sancisse l’annessione. Il che resta tuttora un atto di aggressione illegittima.

“odiare questa vile e infetta razza di canaglie”

QUI DI SEGUITO LA LETTERA INVIATA DA VITT. EM. II  A LAMARMORA:

Mio caro generale,

vi ho affidato l’affare di Genova perché siete un coraggioso. Non potevate fare di meglio e meritate ogni genere di complimenti.

Spero che la nostra infelice nazione aprirà finalmente gli occhi e vedrà l’abisso in cui si era gettata a testa bassa. Occorre molta fatica per trarla fuori ed è proprio suo malgrado che bisogna lavorare per il suo bene; che ella impari per una volta finalmente ad amare gli onesti che lavorano per la sua felicità e a odiare questa vile e infetta razza di canaglie di cui essa si fidava e nella quale, sacrificando ogni sentimento di fedeltà, ogni sentimento d’onore, essa poneva tutta la sua speranza. Dopo i nostri tristi avvenimenti, di cui avrete avuto i dettagli in seguito a un mio ordine, non so neppure io come sia riuscito in mezzo a tante difficoltà a trovarmi al punto in cui siamo. Ho lavorato costantemente notte e giorno, ma se ciò continua così ci lascio la pelle, che avrei voluto piuttosto lasciare in una delle ultime battaglie.

Parlerò alla deputazione con prudenza; saprà tuttavia la mia maniera di pensare. Vedrete le condizioni; mi è stato necessario combattere con il Ministero, perché Pinelli spesso si mostra molto debole.

Penso di lasciarvi ancora qualche tempo a Genova; fate tutto quel che giudicherete opportuno per il meglio. Ricordatevi, molto rigore con i militari compromessi. Ho fatto mettere De Asarta e il Colonnello del Genio in Consiglio di guerra. Ricordatevi di far condannare dai tribunali tutti i delitti commessi da chiunque e soprattutto nei confronti dei nostri ufficiali; di cacciare immediatamente tutti gli stranieri e di farli accompagnare alla frontiera e di costituire immediatamente una buona polizia.

Ci sono pochi individui compresi nella nota, ma si dice che occorre clemenza. Informateci su ciò che succederà, sullo stato della città, sul suo spirito, su coloro che hanno preso più parte alla rivolta, e cercate se potete di far sì che i soldati non si lascino andare a eccessi sugli abitanti, e fate dar loro, se necessario, un’alta paga e molta disciplina soprattutto per coloro che vi inviamo; saranno seccati di non arrivare a tempo.

Conservatemi la vostra cara amicizia, e conservatevi per altri tempi che, a quanto credo, non saranno lontani, in cui avrò bisogno dei vostri talenti e del vostro coraggio.
Li 8 aprile 1849

Vostro affezionatissimo
Vittorio

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