CARESTIE, INONDAZIONI, LA NOSTRA NUOVA PATRIA E' MISERIA

Le drammatiche condizioni di vita e il rimpianto della Serenissima
“Co’ San Marco governava / se disnava e se senava; / soto Franza, brava zente / se disnava solamente; / soto casa de Lorena / non se disna e non se sena; / soto casa de Savoja / de magnare te gà voja”. La dice lunga sul sentimento popolare verso il nuovo Stato unitario, e al tempo stesso sul rimpianto verso l’irripetibile stagione della Serenissima, la filastrocca che assieme ad altre (e in versioni anche molto più crude) gira per le campagne venete dopo il plebiscito del 21 e 22 ottobre 1866 con cui la regione entra nel Regno d’Italia. Alla sua base c’è la sconfinata miseria fedelmente fotografata dall’ampia inchiesta condotta per conto del Senato da Stefano Jacini, pubblicata nel 1884.
Carestie, soppressione di demani, inondazioni, bonifiche che distruggono le fonti di sostentamento addizionali dei pescatori e dei cannaroli, dazi granari che congelano l’economia piccolo proprietaria della pianura alta e della fascia pedemontana, fiscalità esasperata: sono tutti fenomeni che penalizzano i piccoli proprietari della montagna come i mezzadri della collina, i braccianti polesani come quelli del basso Adriatico. Il vaiolo scoppia qua e là all’improvviso, seminando il panico nei villaggi; alla regione spetta il triste primato della più alta incidenza della pazzia e delle morti per pellagra.
Quello che è il sentire comune della gente nei confronti del nuovo Stato di cui è divenuta parte, viene efficacemente sintetizzato in un intervento alla Camera da un parlamentare toscano, Sidney Sonnino (che nel 1906 diventerà presidente del Consiglio): «Al contadino che nulla sa di quel che sta al di là del suo Comune, il nome d’Italia suona leva, imposte, prepotenze delle classi agiate; l’esattore e il carabiniere, ecco i soli propagatori della religione di patria in mezzo alle masse abbrutite».
Al momento dell’annessione al Regno il Veneto, con le sue otto province (Udine compresa, in quanto all’epoca il Friuli non è ancora autonomo, e Trieste rimane sotto gli Asburgo), è tra le regioni a più alta densità di popolazione, con 2 milioni 300mila abitanti, che diventeranno 3 milioni e mezzo a fine secolo. Il quoziente delle nascite è di quattro punti al di sopra della media nazionale, specchio di una tradizionale struttura rurale che costituisce la forza ma anche il limite di questa terra. La struttura portante è quella della famiglia patriarcale, composta generalmente da una ventina di membri, ma che possono arrivare anche a tre volte tanto. Al vertice sta il padre, la cui parola è vangelo in tutto: da come gestire le spese a come ripartire il cibo durante i pasti, da come coltivare la terra a come assegnare i lavori domestici, fino alla scelta del marito per le ragazze. A pranzo e cena, siede a capo di una tavola cui sono ammessi fratelli, figli maggiori e nipoti, disposti secondo un preciso ordine gerarchico, mentre donne e bambini mangiano sotto il portico o addirittura nella stalla.
Particolarmente pesante è il ruolo della donna, efficacemente descritto nel 1868 da Emilio Morpurgo in un saggio sulle condizioni dei contadini: “Nella casa è schiava, l’uomo padrone; il marito accompagna fumando la sua consorte carica di peso. L’uomo generalmente ama il vino e, quando può, beve oltre misura. Allora batte spesso la donna che lo attende a casa”.
Nelle campagne la miseria è tangibile. La gente si consola con una sorta di mesta cantilena: “L’altissimo de sora / ne manda la tempesta / L’altissimo de soto / ne magna quel che resta / E in mezo a sti do altissimi / restemo poverissimi”. Per far fronte alle quote di affitto da versare ai proprietari delle terre i contadini si affidano al bestiame domestico; ma la carenza di spazio li costringe a tenerlo dentro casa, facendone così comunque una preziosa fonte di riscaldamento. Gli “Annali di Agricoltura” del 1886 lo segnalano senza perifrasi: «V’è la necessità, per pagare l’affitto, di allevare il suino, il vitello o alquanta polleria, e di tenere questi animali in cucina, per mancanza di altro luogo”.
I ritmi di vita sono immutati da sempre, ispirati a un tempo circolare scandito dal sorgere e tramontare del sole e dall’avvicendarsi delle stagioni. Un tacito calendario contadino fissa le singole tappe dell’anno: d’inverno si scavano le fosse per piantare le viti, e si gira la terra per collocare le verdure e per le future semine; in primavera si raccolgono i primi frutti dalle piante e matura il mais; d’estate si miete nei campi; d’autunno si fa la vendemmia e si uccide il maiale.
La necessità di riversare gran parte delle entrate sul magro bilancio alimentare fa sì che le condizioni di vita tra le quattro mura domestiche siano davvero miserande. Le dipinge fedelmente un trattatello dell’epoca dedicato alla fisiologia ed igiene del contadino veneto: “Dalla sommità del tetto nero e sudicio esso pure, tappezzato dalle tele di mille aracnidi, pende un legno, cui è attaccata una lucernina ad un solo lucignolo, che colla scarsa e fioca luce sparge d’intorno i densi, empireumatici, carboniosi e grassi vapori, che provengono dalla combustione di un olio limaccioso e fetido, rifiuto delle altre classi sociali”.
A tavola compare il granturco, ed è piatto unico: una famiglia media di giornalieri, composta da dieci persone, ne consuma cinque chili al giorno. Fagioli, pesce fresco o salato, riso, appaiono raramente e in quantità esigue. La carne è un lusso: la si mangia sì e no due volte al mese, poco più di un etto alla volta. Rarissimo il vino, anzi il “vinello”: si beve l’acqua dei campi, “le più volte di fossa putrida e limacciosa.

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