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QUEL DIO CHE ABBIAMO UCCISO E LA CRISI DELL'OCCIDENTE

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Di Umberto Galimberti L'abbandono del cristianesimo a causa della nascita delle nuove correnti di pensiero nella società moderna ha provocato in realtà una crisi profonda nell'Occidente, ben descritta in questo articolo dal filosofo Galimberti (insegna a Venezia ed è pubblicista molto apprezzato). Queste ultime, incapaci di dare un senso al mondo ed al suo futuro destino, una volta entrate in crisi, han lasciato il nulla e trascinato la società in una crisi di valori inarrestabile: LE RADICI CRISTIANE DELL’OCCIDENTE Di Umberto Galimberti Scrive Nietzche: “Dio è morto. Noi lo abbiamo ucciso. Questo evento misterioso è tuttora in corso e non è ancora giunto alle orecchie degli uomini”. Io penso che tra la cultura greca e la cultura cristiana non c’è alcuna parentela, perché i greci, a differenza dei cristiani, concepirono la natura come quello sfondo immutabile “che nessun dio e nessun uomo fece”. (Eraclito), regolata dalla legge della necessità, che prevede la...

L'INNO DI MAMELI? UN AUTENTICO PLAGIO, OLTRE CHE BRUTTO

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Proprio in questi giorni si torna a parlare con veemenza dell’Inno di Mameli, titolo originale Il Canto degli italiani, altrimenti detto Fratelli d’Italia o inno di Mameli e del 17 marzo 1861, data che avrebbe sancito la nascita dell’Italia unita. Parlando di unità non si può non parlare di inno e di Goffredo Mameli, cioè dell’uomo a cui la storiografia italica attribuisce il testo. Noi ne abbiamo parlato già nel 2009 e pensiamo sia opportuno riproporre la questione proprio nel momento in cui in certi ambienti italici si manifesta grande l’ipocrisia del pensiero di una Italia come nazione di un solo popolo. Mameli è nato nel 1827 e morto ventiduenne nel 1849, difendendo la Repubblica romana di Mazzini e Garibaldi, dal 1846. Studiò a Carcare, cittadina dell’entroterra savonese, presso i padri Scolopi. E proprio in quel collegio, in cui fu allievo anche Luigi Einaudi, avrebbe scritto l’inno nazionale, poi musicato a Torino da Michele Novaro, inno del quale ci ricor...

IL CONFINE DEI VENETI SECONDO PAOLO DIACONO (un furlan, eh!)

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  in “historia Longobardorum" scrisse... Nato a Cividale del Friuli tra il 720 e il 730, accolto alla corte di Carlo Magno, che pose fine alla dominazione della sua gente longobarda nell’Italia di allora. Libro secondo, 14. Dunque Alboino prese Vicenza, Verona e le altre città della Venezia, ad eccezione di Padova, Monselice e Mantova. La Venezia infatti non è costituita solo da quelle poche isole, che ora chiamiamo Venezia, ma il suo territorio si estende dai confini della Pannonia fino al fiume Adda, come provano gli Annali, in cui Bergamo è detta città delle Venezie. Anche del lago di Garda leggiamo nelle storie: “Il Garda, lago delle Venezie, da cui sorge il fiume Mincio. Il nome Eneti – anche se in latino ha una lettera in più – in greco significa “degni di lode”. Alla Venezia è unita anche l’Istria e insieme sono considerate una provincia sola. L’Istria a sua volta, prende il nome dal fiume Istro, e un tempo, secondo la storia romana, pare fosse più vasta di quanto è ...

PORTA LIVIANA A PADOVA E BARTOLOMEO D'ALVIANO

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Porta Liviana per i padovani è quella che fu costruita (per due terzi a spese della città, in genere si usava così) da Venezia, in zona Pontecorvo. Ma pochi, anche tra loro sanno che il nome è tale perché riecheggia quello del grande Bartolomeo d'Aviano, intrepido condottiero umbro veneto del Rinascimento. Allora era di moda latineggiare i cognomi e così "d'Alviano" divenne "Liviano" per cui Tito Livio, come pensavo io, non centra nulla. Bartolomeo morì proprio nel 1515, l'anno in cui si iniziò l'opera. Aggiungiamo poi che fu su suo impulso che le mura poderose di Padova presero forma.  . .. Prima porta patavina a essere terminata (nel 1517), probabilmente su disegno dell'architetto luganese Sebastiano Mariani, la porta è dedicata al capitano generale Bartolomeo d'Alviano, morto il 7 ottobre 1515. Essa è infatti anche nota come porta Liviana. E' un prisma cubico di 16 m di lato, con gli archi del passaggio sottolineati, ...

EROI VENETI: BARTOLOMEO D'ALVIANO A RUSECCO NEL CADORE

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Il rinvenimento di una daga (vedi foto sotto) in un prato di Rusecco, che potrebbe essere un reperto che risale addirittura allo scontro tra imperiali e veneti nel febbraio del 1508, mi permette di ricordare un grande condottiero umbro-veneto, Bartolomeo d'Alviano, e la straordinaria fedeltà dei cadorini a Venezia e a San Marco ( eamus ad bonos venetos , sta scritto nel loro atto di dedizione volontaria).  Siamo nel febbraio 1508 e gli imperiali ammassano truppe tedesche ai confini cadorini. Giunti alla chiesa di Venàs i tedeschi combatterono quattro ore per superarla ma i cadorini tennero duro, fino a quando, per evitare una manovra di accerchiamento, dovettero ritirasi nel castello di Pieve. L’imperatore, tramite due sacerdoti usati come ambasciatori, intima la resa. Il capitano veneto Gissi rifiutò, ma poi quando quattromila tedeschi occuparono Pieve mettendola a ferro e a fuoco, accettò di aprire le porte, sollecitato anche dal vescovo. Il presidio veneziano venne impi...

QUEL PROGETTO DI FARE UN ESERCITO DI LEVA, NEL 1787

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Le Cernide, o Ordinanze, furono sempre ben distinte dall'esercito professionale veneto. Se anche vi erano quattro reggimenti titolati a Verona, Polesene (Rovigo), Vicenza, Padova, i suoi ranghi erano composti da professionisti e non di militari di leva. Il concetto di chiamata al servizio  militare obbligatorio si andò affermando solo verso la fine del Settecento, e anche Venezia, in effetti, avanzò un progetto in tal senso, che a quanto ne so, non andò mai in porto, almeno non completamente. Ecco quanto scrive lo storico Ennio Concina: L'estremo tentativo di riorganizzare le Cernide si ebbe col decreto del Senato del 1787, in cui si prevedeva che le Cernide, deposte in deposito le armi e scortate dalla cavalleria " perché queste Cernide non procedano in marcia sciolta, e sregolata" affluissero alle sedi dei vari reggimenti italiani.  In tal modo al servizio si sarebbe sostituita una ferma fissa della durata di tre anni, durante i quali, nessuno degli uom...

SO PAR SAN MARCO MA... la rinuncia all'eredità marciana.

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So par San Marco, ma... che sia questo il motivo della crisi degli indipendentisti? Li gavìo presenti chei barboni che vive in 'Merica, e i dopara i atressi e el stile de vita de secoli fa? I se ciama "Hamisch" , na setta de integralisti protestanti, tipo i Ebrei ortodossi, par dir. Questo ci rimproverano di essere certi indipendentisti, quando riproponiamo i valori marciani. Degli "hamisch" fuori della realtà, insomma, tanto in due secoli han ben lavorato i nostri occupanti, da distruggere ogni residuo spirito veneto. Eppure il Veneto della Serenissima lo abbiamo lasciato da poco, è lo stesso Veneto che ha costruito con tanta fatica ed impegno il miracolo del Nord est, studiato, fin che ha retto, in tutto il mondo. Anche se 40 anni or sono si parlava poco o niente di indipendenza, l'identità era forte e condivisa nei valori. . .. Oggi si parla tanto di indipendenza, ma i valori un tempo comuni, sembrano sbriciolati, confusi in mille sfumat...

GII SBIRRI... O BIRRI.. O BIRI? LA POLIZIA VENETA

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. .. mi chiedeva l'amico veneziano Paolo Antonini quale fosse la corretta dizione delal polizia locale (di questo si tratta) durante il governo del Leone. La risposte è facile quanto varia, il titolo lo illustra perfettamente. Alcuni cenni a proposito di questa polizia ante litteram mi sembrano necessari. Erano alle dipendenze del Podestà o Rettore locale, oltre che della Magistratura e dobbiamo dire subito che godevano di cattiva fama. Mal pagati, poco disciplinti, con le difficoltà di comunicazione dell'epoca, molto spesso sfuggivano al controllo dei vertici, e si abbandonavano a piccole estorsioni nei confronti dei sudditi più umili. Il fatto di esser mal sopportati, li rendeva propensi a volte, a reagire in maniera eccessiva o spropositata, ne è testimone una lapide posta su una casa di fianco alla chiesetta in piazza dei Signori a Padova, dove si rammenta che alcuni di questi "biri"  avevano arrestato abusivamente degli studenti deell'università che li ...

OSTIALA GALLENA "LA SIORA VENETA COL ZENDAL" DEL I.mo SECOLO

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In via San Massimo, nel pieno centro storico di Padova, saltò fuori durante scavi fortuiti, questa lapide funeraria, che ci permette qualche riflessione sulla romanizzazione dei Veneti. Vediamo raffigurata una donna veneta; che lo sia lo si deduce anche  dal nome, OSTIALA GALLENA, inciso sulla pietra ed era certamente di una famiglia nobiliare padovana. Il possesso del cocchio con l'auriga che è invece  vestito con la toga romana, come il marito che la accompagna, indica anche il suo alto rango sociale: è come se oggi ci si facesse fotografare a bordo di un'auto di grossa cilindrata. Lei è ancora attaccata alle sue tradizioni venete e alle sue radici. Ostenta uno scialle tradizionale (che ritornerà in auge (ma forse non era mai stato abbandonato) come capo etnico dal medio Evo in poi, col nome di "zendal"e un abito venetico con gonna a pieghe, come da antichissima tradizione. Uno strano ornamento sul capo (forse un disco solare) ne completa la "mise". ...

ROVINJ ... O ROVIGNO? UN ROVIGNESE ESULE NE RICOSTRUISCE LA STORIA

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Nel 2010 Gianclaudio Angelini, rovignese esule dalla lontana infanzia puntualizzava in risposta a un articolo comparso in una rivista, che potrete leggere nel link sottostante.  Se è pur vero che, come dice l'articolo che l'81,85 % degli attuali abitanti della cittadina istriana sono croati e chiamano la città Rovinj (pronunciato Ròvign) sarebbe il caso di precisare che tale denominazione risale solamente al 2° dopoguerra che, col trattato di pace del '47, ha ceduto l'Istria (tranne Muggia) alla Repubblica Federativa di Jugoslavia. Avvenimento che ha causato l'edodo di circa l'80% dei suoi originari abitanti che l'hanno sempre e soltanto chiamata Rovigno o nel dialetto locale Ruvèigno. Nonostante si citi la permanenza di una rilevante comunità italiana ed il fatto che lo statuto del comune preveda il bilinguismo perfetto, l'articolista si ostina, pur scrivendo in italiano, a preferire il recente toponimo croato piuttosto che l'originaria denomin...

LE ORIGINI PAGANE DELLA PASQUA

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Riprendo dal blog Anticamadre (Altervista)  Artemide di Ephesos Già dal calcolo del giorno in cui cade la festività capiamo le origini pagane della festa: il giorno di Pasqua viene infatti stabilito a seconda della luna piena. Cade la domenica dopo il primo plenilunio dell'equinozio di primavera.  Si ricollega quindi al ciclo di rinascita della natura, che viene ripreso dalla credenza nella Resurrezione di Cristo. Le culture dell'antichità celebravano il risveglio degli alberi, i primi germogli, dopo il gelo invernale. Nell'antica Roma si celebrava ad esempio Attis,  figlio della Dea Cibele, la Grande Madre. Nei paesi di lingua anglosassone la Pasqua si dice Easter chiaro riferimento alla dea Eostre, la divinità della natura e della fertilità. Il simbolo principale della Pasqua è l'uovo, quale origine della vita, nucleo da cui ogni forma vivente viene generata. L'uovo è simbolo universale di fertilità, vita eterna e resurrezione, ed è anche associato alla ...

Quell'incidente di 45 anni fa che poteva cancellare Marghera e Mestre

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Argo16, il caso che coinvolse SID/SISMI, Mossad e i servizi segreti libici   Pochi giorni fa, con il fermo dell’ex presidente francese Sarkosy e l’indagine sui fondi neri arrivati al suo partito dalla Libia, ho avuto per associazione di idee alcuni flash back, dalla tragedia di Ustica al Mig libico abbattuto sopra le montagne calabresi. In particolare quell’incidente, la tragedia di Argo16, che accadde 45 anni fa e che avrebbe potuto cambiare le sorti di Venezia-Mestre/Porto Marghera e dell’Italia intera. Chissà quanti Veneziani e non oggi si ricordano di quella tragedia? I resti di Argo16 Ho cercato di mettere assieme quei fatti pescando dalle cronache di allora e dalla memoria personale (allora abitavo a una decina di km dal disastro). Onestamente non ricordo come i media descrissero la drammaticità di quegli eventi e delle conseguenze evitate per puro caso, come non correlandoli al fatto che erano avvenuti una settimana dopo la fine della guerra del Kippur ...